INFANZIE DAL PASSATO

IL MEDIOEVO

Eccomi ritornata con un nuovo episodio della mia rubrica sulle infanzie del passato.

A proposito sareste in grado di immaginare come avreste vissuto la vostra fanciullezza se foste nati in mezzo a cavalieri, castelli e tornei? Esatto! Sto parlando del Medioevo.

All' epoca i ragazzi, soprattutto le femmine, dicevano addio alla loro infanzia all' età di quindici anni e a volte andavano in sposa con un marito molto più anziano di loro.

Esse erano costrette a servire e riverire i loro uomini che trascorrevano la maggior parte del tempo fuori casa.

Gli sposi, che fossero coetanei o meno attraverso il matrimonio, non univano solo i beni materiali ma anche le loro anime nel nome della Santissima Trinità. L' unione doveva avvenire nel pieno rispetto delle Tavole della Legge e i futuri figli dovevano essere concepiti ad immagine e somiglianza di Dio.

I figlioletti appena venuti alla luce venivano fasciati in bende come mummie poiché le loro piccole ossa erano considerate troppo morbide e se non adeguatamente sostenute si sarebbero deformate.

In Italia il neonato veniva fasciato a spirale, mentre all' estero si preferiva farlo a linee incrociate in modo da permettere al piccolo qualche movimento.

Inoltre il primo vagito era atteso con molta ansia per capire se il nascituro sarebbe vissuto in tempo almeno per ricevere il battesimo in modo da evitare il limbo e farlo entrare in Paradiso.

In caso contrario il neonato sarebbe stato sotterrato in un orto, perché vietato l'accesso in terra consacrata.

Inoltre vi era la credenza che finché le dita dei morti bruciavano come candele, non ci si poteva svegliare.

Ciò di certo era pane per i denti dei ladri che ovviamente potevano introdursi in casa e rubare.

Un' altra credenza diffusa riguardava i piccoli morti senza essere battezzati: le loro anime erravano sulla terra minacciando i vivi.

Perciò per fare in modo che il bimbo potesse essere battezzato e sepolto da cristiano, le madri portavano i piccoli moribondi in appositi santuari dove al minimo segno di vita, essi venivano cosparsi di acqua santa e sepolti in cimitero.

Le fasce e il colore dell' abbigliamento indicavano fin dalla nascita la classe sociale di appartenenza dei piccoli: fasce rosse se nati in famiglie povere, bianche e rosse se nati in famiglie aristocratiche.

Il colore rosso aveva anche un potere magico e curativo. I medici consigliavano alle donne di avvolgere i pargoli in stoffe

rosse e di somministrare ai malati di rosolia e morbillo decotti rossi di lenticchie e zafferano.

Il suddetto colore era ai tempi così importante che vi era una piccola fiaba simile al nostro Cappuccetto Rosso.

Ha come protagonista una neonata che, nel giorno del suo battesimo, riceve in dono dal padrino un abito rosso. La bambina a cinque anni viene afferrata da un lupo che la porta con sé nella foresta per darla in pasto ai suoi cuccioli. La piccola viene risparmiata e gli animali vengono ammansiti grazie al miracoloso colore protettivo.

Ma non era certamente l'unico amuleto per proteggere i bambini dal malocchio e dalle malattie! I genitori gli appendevano al collo anche un rametto di corallo, rappresentante sangue solidificato per tenere lontane le patologie legate ad esso.

Oltre al corallo, al collo del piccolo venivano messi i brevi, che consistevano in secchetti contenenti preghiere portati anche dalle donne per proteggersi dai fulmini, dal veleno dei serpenti e soprattutto dalla morte da parto. Appena al lattante iniziavano a spuntare i dentini, esso poteva massaggiarsi le gengive con un dente di pescecane o di lupo.

In realtà senza medicine efficaci molte donne e bambini morivano precocemente e in assenza della madre, o se le balie si rendevano indisponibili, i neonati orfani venivano allattati con latte di capra, pecora o asina anche se fare ciò, era sconsigliato perché poteva nuocere alla salute fisica e psichica del bambino.

E' a noi lecito immaginare la breve ma intensa gioia che avrebbe potuto provare il piccolo quando veniva, se pur temporaneamente, liberato dalla prigione delle fasce, quando faceva il bagnetto o veniva cambiato.

Vi erano quattro tipi di culle: "umane" in cui il neonato veniva cullato in braccio alla madre o alla balia a cui cantavano già allora alcune ninne nanne, a dondolo raso terra, sospese (se la spinta era troppo energica vi era il rischio che il piccolo cadesse procurandosi anche ferite molto gravi) e infine portatili per portare il bimbo con sé in viaggio simili a degli zaini.

Le gravidanze senza metodi contraccettivi efficaci raggiungevano parti da record (basti pensare che Caterina da Siena era penultima di ben 25 figli) poiché sussisteva la credenza tipicamente maschile che una donna dovesse essere nient' altro che feconda e prolifica.

Un' altra ragione per il quale i padri davano preferenza ai rampolli maschi era il lignaggio: le bambine e i figli naturali venivano abbandonati o affidati ad orfanotrofi, diretti da religiosi in cui molti andavano incontro alla morte.

Il rapporto tra la famiglia e la balia, che avrebbe dovuto allattare i bimbi, era in tutto e per tutto una relazione tra estranei ed esse  correvano anche il rischio di essere licenziate per aver messo in pericolo la vita del bambino.

Il passaggio dal latte materno allo svezzamento era deciso direttamente dai genitori, avveniva troppo precocemente e spesso risultava letale. Solo se esso accadeva attorno ai venti mesi, il piccolo aveva possibilità di sopravvivere.

I pericoli minacciavano i lattanti anche durante la notte poiché era diffusa la cattiva abitudine di farli dormire del letto accanto alle balie dove correvano il rischio della morte per soffocamento.

I genitori potevano anche di punto in bianco prendere la decisione di liberarsi di figli che esigevano troppe cure, o a cui veniva dedicato troppo tempo usando come pretesto il rapimento da parte del diavolo.

Man mano che il piccolo cresceva le fasce venivano gradualmente tolte consentendo i primi movimenti. Anche i bambini del Medioevo apprendevano i primi passi mediante l'uso di un girello.

I bambini, avendo imparato a camminare in modo autonomo, per strada incontravano tantissimi pericoli: cani randagi o lupi che potevano azzannarli e sbranarli, essere rapiti e trasformati in mendicanti, essere sequestrati nel corso di vendette tra famiglie aristocratiche e di venir adescati da pedofili.

Finché i bambini non fossero abbastanza maturi per andare a scuola iniziavano ad apprendere i primi rudimenti della lettura in famiglia: per l'alfabeto incidevano i simboli su dei frutti oppure, gli donavano oggetti didattici con su scritte le lettere in rilievo.

Con l' inizio dell' istruzione vera e propria, verso i cinque o sei anni, il piccolo allievo riceveva un abbecedario in legno gessato sul quale poteva incidere o dipingere l'alfabeto. Esso appeso ad un braccio con una corda fatta scorrere attraverso un foro rotondo.

Questi abbecedari potevano essere, anche ricamati o in cuoio, ma nessuno di essi è giunto sino a noi.

Di solito i primi sei giorni s' imparava, mentre il settimo era dedicato ad un ripasso generale. Prima di giungere alla parola intera si abbinavano le consonanti per poi leggere le sillabe. Un' altro metodo di apprendimento delle lettere era l'associazione della lettera ad una parola.

Se il metodo di istruzione parentale era dolcemente basato su ricompense ed incoraggiamenti, quello dell' insegnante era severissimo e gli scolari apprendevano a suon di vergate, bastonate e frustate.

L' istruzione e la carriera lavorativa spettava solo ai rampolli maschi. Le figlie femmine erano destinate a diventare mogli e madri o monache in convento (solo in tal caso potevano essere alfabetizzate).

Tutti i bambini che non potevano permettersi un' istruzione iniziavano a lavorare già a partire dai sei sette anni, se femmine come servette se maschi come garzoni.

Poteva loro capitare anche di peggio: essere venduti dai genitori come piccoli schiavi.

Per quanto riguarda il gioco, in epoca medioevale, sembra che gli unici a poterselo  permettere fossero esclusivamente i maschietti, essendo loro concessi divertimenti e giochi all' aperto.

Le bambine venivano raramente mostrate interessate al gioco. Se esse avevano in mano delle bambole, erano quasi sempre di lusso, che rappresentavano più il futuro che le attendeva, più che un supporto ludico.

Come già accennato, i maschi avevano maggior scelta di giochi rispetto alle femmine, per la maggior parte di ruolo come cavallini da cavalcare, finti tornei, guerre o duelli.

I bambini si divertivano anche ad improvvisare spettacoli con burattini e marionette.

Numerosi erano i giochi all' aria aperta come le trottole, far correre i cerchi o saltarci in mezzo. Vi erano anche giochi come il volano, le bocce, l'altalena o la corsa sui trampoli.

Nella bella stagione i piccoli adoravano andare a caccia di farfalle usando il cappello come retino per poi farle volare via.

In quella fredda, era motivo di divertimento la macellazione del maiale: essi avevano a disposizione la vescica da gonfiare come un palloncino.

Un altro grande divertimento nella stagione invernale era la battaglia a palle di neve a cui prendevano parte anche gli adulti. Inoltre i piccoli adoravano pattinare e farsi trascinare sugli slittini.

In conclusione della nostra avventura nel Medioevo, per avere una visione dettagliata, esaustiva e ben catalogata di tutti i giochi che inventavano i ragazzini, vi consiglio minuziosamente di osservare l'enorme dipinto di Peter Bruegel "Giochi di bambini".

Non perdetevi la prossima puntata dove vi parlerò dei bambini dell' età moderna!            

       

 

          


CONSONNO: DA LAS VEGAS DELLA BRIANZA A CITTA' FANTASMA

Un anno fa mia sorella è andata con il suo gruppo musicale a fare delle foto a Consonno, un Comune in provincia di Lecco famoso per essere uno dei tanti paesi vuoti sparsi per la penisola ed il mondo.

 Se desiderate fare un salto nell' ormai remoto passato di questo borgo pittoresco e suggestivo, dovreste immaginarvi

una Brianza ancora verde smeraldo, punteggiata di cascine.

Sul versante che scende verso Est dal monte Regina, su un balcone naturale posto a 634 metri di quota tra la cima e l'Adda, ecco il borgo di Consonno, tra selve di castagni, prati e campi. Un luogo dove la vita scorre faticosa, come quella del Novecento in tutta la Brianza, con il lavoro  contadino che cede sempre più lo spazio alla tentazione della fabbrica.

 Consonno aveva una discreta economia locale, sostenuta dalle castagne, ricco frutto dei castagneti che lo circondavano, ed un portentoso sedano, che la tradizione vuole tipico di Consonno. Sedano e porri venivano raccolti dai consonnesi, puliti, raggruppati in mazzi e trasportati a Olginate lungo la mulattiera, utilizzando anche una particolarissima slitta.

  Il piccolo Comune però è afflitto dal problema che nessun abitante (a inizio Novecento abitano a Consonno circa 300 persone) possiede la casa che abita o i terreni che coltiva. Il borgo è infatti di proprietà della "Immobiliare Consonno Brianza", posseduta dalle famiglie Verga e Anghileri.

All'inizio degli anni Sessanta del Novecento il paesino viene descritto come un "insieme di terreni, boschi, fabbricati rurali intersecati da corsi d'acqua, anditi (sentieri), stradette, mulattiere di forma irregolare". L'accesso si ha dal paese di Olginate tramite una lunga mulattiera. Gli abitanti erano però già scesi ad una sessantina.

Per l'antico borgo l'inizio della fine coincide con l'arrivo in paese del Conte Mario Bagno, eccentrico imprenditore, che aveva messo gli occhi sul minuscolo paese in una posizione panoramica facilmente raggiungibile da Milano, per un suo grande progetto che per potersi realizzare aveva solo una modalità: la distruzione dell'antico borgo e la costruzione di una città dei balocchi. Siamo negli anni Sessanta, in pieno boom economico: nella Brianza vengono costruiti enormi condomini, vaste aree di campagna vengono distrutte per fare posto ad interi quartieri, ma nessuno era mai arrivato a tanto: distruggere completamente un paese.

 Con atto notarile dell'8 gennaio 1962, le famiglie Anghileri e Verga, proprietarie per il tramite della Immobiliare Consonno Brianza di tutto il comune, cedono tutte le quote di partecipazione della società alla famiglia Bagno: ne è capofamiglia il "Grande Ufficiale Mario Bagno, Conte di Valle dell'Olmo". Il passaggio di quote e conseguentemente l'acquisto di tutto il borgo di Consonno avviene per il prezzo di 22.500.000 lire.

L' imprenditore racconta una valanga di menzognere promesse alla piccola comunità lecchese, ma ben presto il Conte Bagno fa capire che mira alla costruzione di una pacchiana Las Vegas della Brianza.

Egli non si ferma davanti a nulla e casa dopo casa il vecchio borgo di Consonno cade: alla fine dei lavori si salveranno solo la Chiesa di San Maurizio con l'attigua casa del cappellano ed il cimitero.

I vecchi abitanti che ancora lì risiedevano si trovavano "accampati" nelle baracche dei cantieri del Conte Mario Bagno. L'eccentrico imprenditore tenterà un rilancio di Consonno negli anni Ottanta, il cui primo tassello doveva essere la casa di riposo, ma la cosa non riuscì mai a decollare. Consonno diventa di anno in anno sempre più una città fantasma, e il suo  padrone muore il 22 ottobre 1995 alla veneranda età di 94 anni.

Per  Consonno iniziano gli anni ruggenti, che raggiungono il loro apice tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta. Migliaia di persone raggiungono la Las Vegas della Brianza, la città dei balocchi in cui si trova di tutto. Da un improbabile minareto ad una galleria di negozi in stile arabeggiante, da cannoni a armigeri medioevali in posizione di sentinella, da sale da gioco a sale da ballo, da sfingi egiziane a pagode cinesi, da colonne doriche al "Grand Hotel Plaza". Consonno è un grande centro di divertimento che funziona a pieno regime. Ci sono serate danzanti, grandi ospiti (dai Dik Dik a Pippo Baudo e numerosi cantanti dell'epoca), le luci sono sempre accese in questo mondo multicolore in cui tutto invita al divertimento e alla spensieratezza.

L'apoteosi di Consonno dura alcuni anni, prima che un inesorabile declino, come ogni località che perde le caratteristiche di novità, l'attende dietro l'angolo.

Il colpo di grazia per Consonno lo si ha nell'ottobre del 1976: una frana, proveniente dalla collina sconquassata dal cemento, cade sulla nuova strada di accesso alla città dei balocchi: quasi una vendetta della natura che isola Consonno dal mondo e che le riserva un destino ancora più tragico: quello di città fantasma. Consonno ha da allora attratto innumerevoli persone: un regista, Davide Ferrario, vi ha addirittura girato alcune scene di un suo film uscito nel 1998: "Figli di Annibale".

 

Se questo articolo ha suscitato in voi la voglia di farci un salto, vi consiglio di non perdervi questo borgo storico, nascosto e misterioso la prossima estate.


L'UOMO DELL'ULTIMO TIRO

Il basket, per alcuni giocatori, è una meravigliosa passione da trasmettere in famiglia e chi, più della famiglia Gentile, composta dal padre Ferdinando detto Nando, la sorella Immacolata detta Imma e dai figli Alessandro e Stefano, diventati tra i migliori talenti italiani della nostra Serie A, può capire appieno la bellezza di questo sport? In questo libro, arricchito con foto uniche e rare dell'epoca, il giornalista e tifoso casertano Sante Roperto, ha ripercorso, come in un romanzo, la carriera di Nando dalle giovanili, fino al ritiro e l' inizio di una nuova carriera: quella di allenatore. La biografia ha inizio con il ricordo di alcuni giornalisti e cronisti che si occupano della disciplina, come Andrea Barocchi, che fu testimone della vittoria del bronzo della Nazionale italiana agli Europei juniores, giocati nel 1986 a Gmunden, in Austria, dove ci piazzammo terzi dietro la Jugoslavia ed una favoritissima Urss. Il giornalista Enrico Campana si arrabbiò con il coach Bogdan Tanjevic per avere schierato Gentile in quintetto a soli 15 anni, senza avere alcuna esperienza, ma poi il giornalista si dovette ricredere. E infine Flavio Tranquillo ricorda alcune delle più grandi partite memorabili che la sua generazione di tifosi ha vissuto. Dopo un'introduzione dell' autore sul Gentile leader, capace di essere un trascinatore in grado di contagiare i compagni, di far bollire il sangue agli avversari e costituire il simbolo di un basket romantico che oggi è difficile vedere, il libro comincia a raccontare la storia di Nando con il giorno in cui egli, che sogna di diventare portiere di calcio, s'innamora di quello sport importato dagli americani grazie a Guido, suo fratello maggiore che lo porta alla palestra dell' aeronautica militare a provarlo. Durante il provino la scintilla non scocca, ma appena il dodicenne Nando fa amicizia con tanti altri ragazzi suoi coetanei con i quali getta sudore divertendosi in campo, il basket diventa per lui una sconfinata passione. Dopo che in Caserta cadetti termina un torneo, arrivando la squadra settima su otto partecipanti, in panchina viene chiamato Franco Marcelletti, che dopo la sconfitta alle finali nazionali dell' 81 contro Pesaro, l' anno seguente (Gentile gioca negli Allievi) si laurea campione d'Italia di categoria vendicando l' insuccesso dell' annata precedente ancora contro Pesaro 71-72. Intanto il Caserta dei grandi perde lo spareggio promozione per la serie A1 contro Venezia e il coach della Jugoslavia Bogdan Tanjevic (chiamato a sostituire John McMillen), che in vita sua ha scoperto tanti talenti in erba, decide di puntare su questo ragazzino quindicenne e di farlo crescere aggregandolo in prima squadra. Con il Bocia( soprannome di Tanjevic) arriva la tanto agognata promozione in massima serie. Anche per Nando giunge il momento di fare il suo debutto e lo fa stupendo persino il capitano del Cantù campione d'Europa Pierluigi Marzorati, contro il quale segna 14 punti. Egli da quel momento in poi diviene la mente del braccio brasiliano Oscar Schmidt e si gode i complimenti di Dan Peterson e del cavaliere Maggiò, il presidente della squadra. La squadra casertana è teatro di continue rifondazioni e finali playoff perse fino ad arrivare ad un giorno storico per la nostra pallacanestro: il 23 maggio 1991 in cui Caserta batte l'Olimpia Milano in finale playoff vincendo il primo e finora unico campionato della sua storia sconfiggendo lo strapotere dei club del Nord. Dopo 11 ininterrotte stagioni nel club che l'ha cresciuto, per poter ripianare il bilancio di una società prossima alla retrocessione, Nando viene ceduto per la cifra di 7 miliardi di lire alla Stefanel Trieste, ma il giocatore non ci va completamente solo: egli si trasferisce insieme Tanjevic ormai diventato come un padre per lui. Dopo la stagione 1992/1993 trascorsa a Trieste, in cui il club friulano ottiene la salvezza grazie ad un tiro di Nando all' ultimo secondo (suo marchio di fabbrica), il cestista casertano si accasa (sempre insieme al suo inseparabile coach) all' acerrima rivale Olimpia Milano, a cui "restituisce" lo scudetto strappato del ' 91 vincendo contro la seconda squadra di Bologna: la Fortitudo. In seguito a tante finali europee perse, Gentile passa nel 2000 ai greci del Panathinaikos Atene con cui conquista tre campionati greci (diventando il primo italiano a vincere il campionato con tre squadre diverse) e la tanto sognata vittoria europea in Eurolega. L'esperienza con la squadra greca è stata l' unica che Gentile ha trascorso all' estero. Nando, ormai sul viale del tramonto, torna in Italia dove trascorre le ultime stagioni in campionati e squadre minori prima di tornare a giocare in massima serie con la Mensana Siena, per poi dire addio alla carriera di giocatore in serie b facendo ritorno alla sua amata e mai dimenticata Caserta! Se il suo rapporto con le squadre di club è rimasto sereno e amichevole, non si può dire altrettanto per la Nazionale con la quale ebbe una relazione molto travagliata. Esordì a 19 anni nel 1986 sotto la guida di Valerio Bianchini, per poi abbandonarla non senza rancori, per via della convocazione di Mike D'Antoni prima e di Claudio Corbella poi. Tornò titolare nel 1995 dopo aver messo da parte i rancori con Ettore Messina. Conclusa la carriera professionistica, Gentile comincia un' avventura seppur breve come allenatore ad Imola (dove giocava anche il figlio Stefano),a Roma (una piazza spietata per la sua fama di mangia-allenatori) e a Veroli. Recentemente Nando ha ricoperto l' incarico di responsabile del settore giovanile dell' Olimpia Milano in cui giocava il figlio Alessandro che dimostra lo stesso talento e lo stesso spirito combattivo che possedeva il padre alla sua età.


 ESCAPE FROM NOTTINGHAM CASTLE

 

Hello everyone, in this issue I want to propose you a game made by me called "Escape from Nottingham castle".

It's a two players game where you have to help Robin Hood and his friends to escape from Nottingham castle, where they are prisoners to reach a cave where they will be safe.

To play this amazing game you have to take a dice, two paws and two pieces of paper, you also need to follow carefully the rules written under the board of the game. I hope you enjoy it!

Warning: when you count boxes you have to say numbers in English! 

Level: intermediate

 

Legend

Boxes with arrows: collect them by drawing a triangle on your piece of paper.

Boxes with crossed arrows: you fight against guards and you lose all arrows. Reroll the dice: if you finish on a box with arrows, you have to draw them on your piece of paper. Unlike you pass the turn to your opponent.

Aid box: ouch, you have been wounded! You have to be cured. Stop for one turn.

 

Prison box: what an unluck! You have been captured and you have to wait for your friends to save you! Stop for one turn.


BASTA GUARDARE IL CIELO

Spesso, quando si parla dei disabili si sente dire che devono venir accettati, compresi e integrati nel mondo dei cosiddetti "normali". Si parla sempre di solidarietà, bontà, buoni sentimenti, valori, umanità e dignità. Si fanno convegni, spot televisivi, interviste ad esperti, servizi giornalistici, copertine, manifesti e raccolte di fondi e firme. Ma si sa che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare!  Chi non ne ha mai avuto  esperienza diretta non comprende la croce che questi bambini, ragazzi e adulti sono costretti a portare con fatica, le sfide e le difficoltà a cui Dio li sottopone ogni giorno. Vi assicuro, che libri come quello che attraverso questo articolo vi sto invitando a leggere, c’è ne sono davvero pochi! s'intitola "Basta guardare il cielo" ed è  scritto da Rodman Philbrick .   Racconta la storia di Maxwell Kane, un ragazzone troppo grande e grosso per la sua età (indossa le scarpe di un uomo adulto), che viene considerato un po' scemo dai suoi coetanei (viene sopranominato il calciatore a causa dei calci che tira loro per sfogare la sua frustrazione, e la sua stanza è situata nella cantina di casa). Egli abita presso i nonni a cui è stato affidato dopo la morte della madre e l'arresto del padre per tossicodipendenza. Ma la vita sembra sorridergli quando conosce il suo nuovo vicino di casa, Kevin, un ragazzo che è il suo esatto opposto: possiede un intelligenza fuori dal comune ed è affetto dalla Sindrome di Morquio, una malattia rara che indebolisce il sistema scheletrico e lo costringe a camminare con le stampelle. Col tempo i due diventeranno come una persona sola e insieme, creeranno un eroe immaginario “Freak the Mighty”, che ha il corpo possente di Max e la mente brillante di Kevin; si sentiranno invincibili come re Artù e i cavalieri della tavola rotonda e si inventeranno un mondo fantastico dove le ingiustizie e i bulli diventano draghi e mostri da combattere e affrontare. Grazie all' idea del loro personaggio si guadagneranno anche la stima a scuola di compagni e professori. A mezzogiorno, in mensa, Kevin ha un malore e viene portato all' ospedale dove i medici gli diagnosticano solo un anno o due di vita perché, a causa della sua patologia, il suo corpo cresce dall’interno invece che dall' esterno come quello dei suoi coetanei. Intanto i nonni di Max apprendono che suo padre è uscito dal carcere in libertà vigilata e avvertono Max di stare a casa per proteggerlo. Ma, egli con l'inganno riesce a sequestrarlo e a nasconderlo con la complicità di Loretta Lee e di suo figlio Iggy a cui Max, insieme a Kevin, aveva recuperato durante una delle loro "missioni", una borsa finita in un tombino. Al ragazzo torna improvvisamente alla memoria il giorno in cui l'ha visto uccidere sua madre, quando era piccolo, e scatena la rabbia del genitore, che cerca di strozzarlo insieme a Loretta, ma grazie all'intervento del suo amico riesce a salvarsi.  Alla festa per il suo tredicesimo compleanno Kevin ha un' altra crisi che gli sarà fatale ma, prima di morire, lascia a Max un diario dove raccontare tutte le avventure che hanno vissuto insieme.

FREAK THE MIGTHY SI PRESENTA ALLA CLASSE


LA GIOCATRICE DI SCACCHI

Chi ci dice che l'oggetto di un amore debba essere per forza un principe azzurro in carne ed ossa? La protagonista di questo romanzo semplice, lieve, ma allo stesso tempo molto travolgente, s' innamorerà di un gioco da tavolo che la porterà a sognare ad occhi aperti, grandi partite internazionali: gli scacchi. Essa si chiama Eleni e abita sulla piccola isola greca di Naxos col marito Panos e i figli adolescenti Yannis e Dimitra di sedici e dodici anni. Il suo matrimonio non va affatto a gonfie vele perché affogato nella noia; il marito non le parla quasi mai e i figli hanno voglia di fare le prime esperienze con il gruppo dei pari. Un giorno, durante il suo lavoro quotidiano come cameriera all' hotel Dionysos, ella resta fulminata dalla vista di una scacchiera lasciata incustodita a partita in corso da due turisti parigini. Col gioco è amore a prima vista e lo compra per il compleanno del marito per poterci giocare insieme. Dato che egli appena scarta il regalo ne è totalmente indifferente e i figli lo vedono come nient'altro che noia mortale, la donna chiede consiglio a Kouros, il suo ex maestro delle elementari, che la avverte di non giocarci con veri avversari senza aver prima imparato le regole. Da primo acchito, le regole, le strategie e il lessico le appaiono difficilissimi tanto che Eleni si stancherà di giocare contro una macchina. Quando ormai crede di aver perso le speranze di avere avversari in carne ed ossa da sfidare, il suo ex insegnante le proporrà di incontrarsi a casa sua un mercoledì alla settima per giocarci insieme, dato che anche lui vivendo solo si annoia molto. Alla prima sua vittoria contro Kouros, ella è al settimo cielo e sente il desiderio di condividerla con qualcuno e sceglie di farlo con la sua amica e collega Katherina, che non manterrà il segreto. Ormai la voce si è sparsa su tutta l' isola essendo un luogo di poche anime dove tutti si conoscono. Quando anche Panos viene a scoprire la sua passione segreta, è furioso e setaccia tutta casa in cerca dell' arma del delitto per gettargliela via. Per fortuna la scacchiera è salva poiché la donna l'ha nascosta con cura nella cella del freezer. Rimasta sola senza nessuno con cui confidarsi, in aiuto di Eleni viene di nuovo il suo caro maestro, che intende allenarla per partecipare ad un vero torneo amatoriale che si terrà ad Atene. Intanto suo marito viene convinto di essere stato troppo duro con la moglie e intende, in caso della sua vittoria al torneo, festeggiarla, appendendo alla porta di casa una bella ghirlanda decorativa. Purtroppo la storia non ha lieto fine: Eleni viene eliminata al terzo turno e il suo amato maestro muore per una polmonite acuta. Ma nel cuore della protagonista c'è una leggera felicità, poiché ha capito al torneo di non essere la sola ad amare quel meraviglioso gioco chiamato scacchi!


                    DARO' UN MILIONE

I VIP sono celebri, oltre che per la loro arte, anche per le associazioni filantropiche a loro intitolate. Ma chi ci dice se la loro generosità è autentica oppure è solo interesse? Nessuno purtroppo! Se essi donassero veramente le loro ricchezze a chi ne ha più bisogno, vi posso assicurare che il mondo sarebbe un posto migliore. Il film che vorrei consigliavi attraverso questo numero è appunto una critica alla finta beneficenza messa in atto dall' alta borghesia. Esso narra le vicende di Gold (un nome, un programma) un miliardario che un giorno, stanco dell' ipocrisia che i membri dell' equipaggio lo costringono a vivere, si getta in acqua dal suo yacht. Per puro caso in contemporanea fa lo stesso anche un poveraccio in piena crisi finanziaria a cui il giovane salva la vita. Tornati a riva i due si scambiano i vestiti e le vite per un giorno. Il miliardario fa stampare delle copie di giornali in cui promette che darà un milione di lire alla prima persona che riuscirà ad amarlo per il suo carattere invece che per il denaro che possiede. Risvegliatosi la mattina seguente si imbatte in una ballerina circense che perde continuamente il suo cane Bob fissato con i numeri. Gold si offre di ritrovarlo, ma finisce in commissariato per inflazione ed egli ,fingendo di non avere denaro, viene rimesso in libertà dal commissario che gli lascia addirittura il suo biglietto da visita. Il finto povero scopre che anche Primerose, il direttore del circo presso cui lavora la ballerina, organizza spettacoli benefici dando cibo gratis e offrendo in premio cento franchi. Dopo aver compreso di essere stato imbrogliato e che non avrà mai in dono la cifra che gli spetta, regala un anello di zaffiro alla ballerina di cui si è ormai innamorato, mentre il vero povero stanco delle regole impostogli dallo staff di Gold scappa a perdifiato. Il film si conclude con il poveraccio che scambiato per il miliardario si unisce al circo, mentre quello vero torna sul suo panfilo insieme alla sua ballerina, la persona che per prima lo ama davvero.